Manhattan, la complessità nascosta

Il Manhattan è un cocktail tanto famoso quanto semplice, salvo poi scoprire che non è così semplice, e che nasconde sfumature, e varianti, che dispiegano un mondo complesso.

La ricetta tipica (IBA) è presto detta:

  • 50 ml Rye Whiskey;
  • 20 ml Vermouth dolce rosso;
  • 1 dash Angostura bitter

La nascita della miscela è antica, e risale alla fine dell’800 quando gli americani ammorbidivano i whiskacci dell’epoca con dello zucchero (come si fa nell’Old Fashioned o nel Sazerac) o con i dolci vermouth italiani quando, nel ‘900, li hanno scoperti, trovandoli perfetti come parte che addolcisce e allunga il distillato americano.

Quindi, sostanzialmente: una buona dose di whiskey e il giusto di vermouth (ripeto: dolce, italiano; quelli francesi sono tradizionalmente secchi; i vermouth secchi – anche italiani – si possono mettere nel whiskey – per esempio nel Perfect Manhattan – ma a me non piacciono per niente).

La ricetta sopra è da intendere come base per lavorare.

Federico Mastellari, nel suo I cocktail mondiali, suggerisce 60 Rye e 40 Vermouth. Gli autori del Terry Thomas Project, dopo avere dichiarato che il “classico” Manhattan conterrebbe anche un po’ di Maraschino (!), offrono una loro versione assai complessa: 45 ml Rye, 30 vermouth rosso, altri 10 di vermouth chinato, 2,5 ml (praticamente impossibile da dosare) di Curaçao e 3 gocce di Creole Bitter.

Comunque sia, comunque lo vogliate fare, c’è l’aroma abbastanza chiaro del Rye (ma potete farlo anche con Bourbon, viene benissimo uguale; io l’ho provato anche col Tennessee, è più rustico ma non male…), la dolcezza del vermouth, e una nota amara di fondo data dall’Angostura o, come avete visto, da un vermouth chinato. Attenzione però: se la componente alcolica amara risulta predominante diventa un Boulevardier, altro ottimo cocktail di cui riparlerò prima o poi.

Io il Manhattan lo faccio così:

  • 50 ml Rye Whiskey;
  • 35 Vermouth torinese Storico Cocchi;
  • 3 gocce di Angostura orange;
  • 2-3 gocce di acqua di fiori di arancio.

Stir, no ghiaccio, coppetta, twist di arancia.

Spiegazioni: ho scritto di usare il Vermouth Cocchi perché lo trovo ottimo; in Italia ci sono dozzine di Vermouth buoni, e non solo torinesi, ma dopo averne provato diversi trovo il Cocchi quello che mi soddisfa di più. L’angostura orange e l’aggiunta delle gocce di acqua di fiori di arancia, assieme al twist di scorza di arancia, offre un profumo agrumato specifico. Se vi piace.

Variante ulteriore nel servizio: non c’è santo che tenga, a mia moglie piace nel tumbler basso e zeppo di ghiaccio, con la scorza d’arancia dentro (io se no la butto dopo il twist, perché non mi piacciono i corpi estranei nel bicchiere).

Insomma: fate un po’ come volete.


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